Nascita e infanzia

San Vincenzo Pallotti nacque il 21 aprile 1795 a Roma, in via del Pellegrino. La sua infanzia fu singolare: pregava a lungo in ginocchio, ma a scuola non otteneva risultati proporzionati al grande impegno che metteva nello studio. Su suggerimento dell’abate Fazzini, insieme alla mamma fece una novena allo Spirito Santo e, nei corsi superiori, migliorò di gran lunga.

Durante l’estate si recava a Frascati, da un suo zio ed insegnava canti e preghiere ai contadini, ai quali poi dava i suoi dolci e la sua frutta, ma anche le sue scarpe e i suoi calzoni.

Pensò di farsi cappuccino, ma la fragilità della sua salute non glielo permise. S’iscrisse al clero secolare, ma, essendo chiusi i seminari, si preparò al sacerdozio, restando in famiglia; la sua preparazione, tuttavia, fu accuratissima ed energica. Incontrò S. Gaspare del Bufalo e ne abbracciò e diffuse il culto del Preziosissimo Sangue. Lesse la vita di S. Giovanni Berchmans e si annotò tutti i tratti che intendeva imitarne. È in questo tempo che si propose: «Non l’intelletto, ma Dio. Non la volontà, ma Dio. Non il gusto, ma Dio. Non le ricchezze, ma Dio. Non gli onori, ma Dio. Dio in tutto e sempre». E alla vigilia del sacerdozio scrisse: «Signore, o morire, o amarti all’infinito!» Fu ordinato sacerdote il 16 maggio 1818; il giorno dopo, celebrò la prima messa a Frascati, nella chiesa del Gesù.

Gli era cresciuta intanto nell’anima una grande insaziabilità: avrebbe voluto possedere infinite ricchezze, per donarle tutte per amor di Dio; avrebbe voluto amare Dio e farlo amare da infinite creature, quanto egli merita di essere amato; avrebbe voluto stare in cielo, per amare e benedire Dio, ma anche in terra, per continuare a procurargli una gloria infinita. Voleva che il suo sacerdozio fosse il sacerdozio eterno e universale di Gesù Cristo; voleva dare a Dio la gloria che gli diede Gesù Cristo, quando stava in terra con noi, e amare Maria quanto l’ha amata Dio; voleva odiare il peccato, come l’odia Dio. La sua passione era di diventare Gesù Cristo.

Apostolato giovanile ed educativo del Santo

Vincenzo Pallotti mosse i primi passi tra i ragazzi degli oratori e delle congregazioni mariane ed è significativo che, a quei ragazzi, dicesse ripetutamente, come diceva a se stesso: «Ricordatevi che potete divenire più santi dei più gran santi, che ci sono stati nella chiesa, e che potete fare più bene di quanto ne han fatto tutti i santi messi insieme!». Poi raggiunse anche l’Opera di Ponterotto, dove si preparavano alla prima comunione i ragazzi di Trastevere. Nel frattempo era assistente alla chiesa di S. Maria del Suffragio, di cui era rettore Mons. Corsi, poi cardinale, e insegnava alla Sapienza filosofia e teologia. Fu anche il direttore spirituale del Seminario Romano e poi del Collegio Urbano di Propaganda Fide, e del Collegio Irlandese. Quale fosse la sua direzione spirituale lo apprendiamo da questa lettera a Luigi Paoloni, che aveva fretta di essere ordinato: «Ricordate che il prete dev’esser santo e dotto, altrimenti è meno male che voi prete non lo siate affatto» e da quest’altra lettera a D. Francesco Virili, giovane sacerdote: «Orazione, orazione, orazione per tutti i bisogni di tutto il mondo. Solo, solo, solo per la maggior gloria di Dio e per la salvezza delle anime!»

Avrebbe potuto fare una brillante carriera accademica alla Sapienza, che era l’università di Roma; gli fu offerto il titolo e beneficio di canonico al Pantheon, quello di parroco della chiesa di S. Marco in Piazza Venezia, ma rinunciò; preferì dedicarsi alle Scuole Serali per gli Artigiani, a Oratori Notturni per la povera gente, e a correre da ogni parte per assistere carcerati, gente abbandonata e moribondi.

La mariologia del Pallotti

Uno dei propositi giovanili di S. Vincenzo fu quello di non darsi pace, finché non avesse raggiunto una devozione infinitamente tenera verso la sua più che innamoratissima Madre Maria Santissima. E un giorno appuntò nel suo diario che, il 31 dicembre 1832, la Madre della Misericordia si era degnata di celebrare il suo sposalizio spirituale con lui, ultimo dei suoi servi nel suo regno di misericordia, e gli portava in dote tutto quanto aveva e gli consegnava, perché lo riconoscesse come suo, il figlio Gesù e s’impegnava, essendo Sposa dello Spirito Santo, a trasformarlo tutto nello Spirito Santo.

Non è possibile misurare la portata spirituale di questo gesto inconsueto: lo Sposalizio Spirituale della Madonna con S. Vincenzo Pallotti! Resta però il fatto che, per diciotto anni, quest’uomo poté dire: «La Madonna è mia sposa, e mi ama e io l’amo, come tale; il Bambino Gesù è il mio bambino e mi ama e io l’amo, come tale!» E chi può dire dove giunsero la sua Fede, la sua Speranza e la sua Carità?

Uno degli effetti fu che nel 1833 cominciò a pubblicare una sua triplice versione del Mese di Maggio, per i Fedeli, per i Claustrali e per gli Ecclesiastici, in cui fece parlare la Madonna in prima persona: la Madonna, che concepì Gesù Cristo, lo presenta ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli, ne raccomanda la dottrina ed esorta tutti ad amarlo.

Madonna del Divino Amore

Apostolato Cattolico

Intanto s’allargava il raggio del suo apostolato; ravvivò le antiche Università Artigiane, per il ripristino del fervore religioso degli artigiani; entrò, come direttore spirituale, predicatore, confessore, in innumerevoli case religiose, per scuotere e spronare quelli che le abitavano; predicò per le strade, per richiamare quelli che disertavano le chiese; cercò di portare il clero secolare e regolare a curare la vigna di Dio in fraterna armonia. La sua attività fu così vasta e incisiva che i nobili romani, dopo la sua morte, nel chiedere la sua canonizzazione, dichiararono che non ci fu opera buona in Roma, di cui egli non fosse il promotore, o il più solerte collaboratore. Ma c’era anche dell’altro. A Lucia Fabiani, spacciata dai medici, disse: «Pregate la Madonna, essa vi guarirà», la benedisse con la Madonnina, che portava sempre in mano, e Lucia guarì; ed eran tanti quelli che guarivano a quella benedizione. Leggeva anche nei cuori e prevedeva il futuro: profetizzò il papato a Pio IX e a Leone XIII.

Eppure nel suo dialogo a tu per tu con Dio S. Vincenzo s’accusava di non aver predicato il vangelo a tutte le creature e piangeva che ci fosse ancora della gente che andava all’inferno: era certo colpa sua che ciò avvenisse. Pensò allora di mobilitare tutti i cattolici per la conversione di tutti gli infedeli. Ma l’esperienza gli dimostrò che un’opera missionaria così vasta non poteva essere efficacemente intrapresa, se prima non si rianimava la fede e la carità del clero, dei religiosi e del popolo, che avrebbero dovuto sostenere questa crociata. A questo punto intervenne la luce di Dio. Il 9 gennaio 1835, venerdì tra l’ottava dell’Epifania, finita la messa, S. Vincenzo pregò Dio che, in cambio di umiliazioni e tormenti, anche senza fine, gli desse il modo di distruggere ogni peccato e di promuovere ogni bene in tutto il mondo attraverso l’istituzione di un apostolato universale di tutti i fedeli, per propagare la fede tra gl’infedeli, per ravvivare la fede e la carità tra i cattolici e per promuovere tutte le opere di misericordia, perché queste rivelano la presenza di Dio.

C’era un segno profetico nel programma di S. Vincenzo. Sosteneva infatti che l’apostolato non fosse privilegio né dovere del solo clero, ma diritto e dovere di ogni cristiano, in forza del comando divino dell’amore tra fratelli. «Maria – spiegava – non predicò, non disse messa, non diede assoluzione di peccati, ma è, a pieno diritto, Regina degli Apostoli. Perciò anche una donna, un artigiano, un malato, un carcerato può essere apostolo, attraverso un’opera diretta a promuovere il regno di Dio, attraverso una preghiera, attraverso una qualsiasi offerta. Ciò che fa grande e apostolica l’opera, la preghiera e l’offerta, è l’amor di Dio di chi la compie».

Era profetico il programma di S. Vincenzo perché demoliva le barriere che separavano in due campi, spesso opposti, il clero secolare e il clero regolare, e demoliva le barriere ancora più alte che separavano il clero dai laici, e inaugurò la formazione del popolo di Dio sulla carità, che moltiplicasse tutti i mezzi opportuni per propagare la fede e ravvivare la carità in tutto il mondo. E questo era il soffio dello Spirito Santo, tanto più che la fusione del clero e del laicato non era diretta ad abbassare il clero al livello dei laici, ma ad infondere anche nei laici lo zelo che deve essere il distintivo dei sacerdoti.

La parola d’ordine della Società doveva essere l’espressione di San Paolo: «L’amor di Cristo ci urge dentro» perché l’amore doveva essere la forza propulsiva della crociata apostolica da lui predicata; e alla sua Congregazione non volle dare i voti, perché «se in un religioso viene a mancare l’amor di Dio, a che serve più il legame dei voti?» La forza dell’apostolato dev’essere l’amore, che è forte come la morte; perché l’amore è il motivo che ha mosso Dio, che ci ha tanto amati, da darci il suo Unigenito, e perché Gesù Cristo ci ha detto: «Amatevi, come io vi ho amato». E come può dire d’aver obbedito a Gesù Cristo uno che non si cura della salvezza eterna dei suoi fratelli?

Il messaggio pallottiano fu accolto con gioia. Il termine Apostolato Cattolico – si disse – poteva competere solo al Papa; una società poi di laici, anche sposati, di clero secolare e religiosi, già vincolati da voti a istituti maschili e femminili, non si vedeva come potesse essere un istituto religioso dipendente dalla Santa Sede; e, per giunta, lo scopo dell’Apostolato Cattolico era dichiarato identico a quello dell’Opera della Propagazione della Fede di Lione e non si doveva farne un duplicato. Dunque, l’Apostolato Cattolico istituito dal Pallotti doveva essere sciolto. Il Fondatore riuscì, ricorrendo di persona al papa Gregorio XVI, a salvar dalla morte la sua fondazione, ma il titolo di Apostolato Cattolico dovette sparire; ritornò nel 1947, quando il messaggio profetico del Santo era già una impellente realtà.

Solenne Ottavario dell’Epifania

Intanto S. Vincenzo era diventato rettore della chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani. Era la chiesa nazionale dei Napoletani e dipendeva dal re di Napoli. Nel 1836 S. Vincenzo vi istituì il Solenne Ottavario dell’Epifania. L’Epifania con la chiamata dei Magi, celebra la chiamata di tutto il mondo innanzi a Dio fatto uomo, e S. Vincenzo invitò tutti i collegi ecclesiastici, tutti gli ordini religiosi, tutti i riti latini e orientali, tutti i gradi della gerarchia, a rendere omaggio, per otto giorni, al mistero dell’Incarnazione; fece annunziare la parola di Dio nelle principali lingue d’Europa, per risvegliare la fede di tutti i cattolici; i nobili romani – i laici – erano particolarmente impegnati nella organizzazione e copertura delle spese. L’Ottavario divenne la più celebre manifestazione religiosa di Roma: nel 1847 e nel 1848 vi prese parte anche Pio IX e invitò il popolo a seguire le iniziative apostoliche di S. Vincenzo e della sua società.

 

La Missionarietà

Nel 1837, nella rettoria dello Spirito Santo dei Napoletani, S. Vincenzo fondò il Collegio delle Missioni, per i sacerdoti italiani che volevano darsi alle missioni; avrebbero avuto cosi l’opportunità d’apprender le lingue dei paesi che volevano evangelizzare, di fare esperienza pastorale e, soprattutto, si sarebbero preparati a farsi portatori di Gesù Cristo – non portavoce di un governo europeo – nel nome dell’unica Chiesa. L’idea del Santo rifletteva un bisogno reale del suo tempo, ma un po’ per il colera, che proprio quell’anno prostrò i suoi primi arrivati, e un po’ per la guerra fatta all’Apostolato Cattolico, il Collegio delle Missioni fu sommerso.

Il 1837 rimase memorabile a Roma per il flagello del colera: ci furono quasi seimila morti, e Roma, allora, aveva solo 150.000 abitanti. Morì anche il padre del Santo, al quale egli aveva miracolosamente ottenuto altri quattro anni di vita e, gli aveva predetto la morte improvvisa; e morì San Gaspare del Bufalo, alla cui morte il Santo assistette e ne vide l’anima salire al cielo, come una fiamma. I malati non gli davano tregua; per poter rispondere a tutti, mise una cassetta alla porta della rettoria, dove quelli che bussavano, se non c’era nessuno, infilavano il loro indirizzo e, appena tornavano, lui, o un sacerdote della Società, correvano alla chiamata. Portava cibi e medicine ai malati e li serviva; organizzò anche una distribuzione quotidiana di minestra, per i poveri, nel cortile del palazzo attiguo alla rettoria. La strage dell’epidemia passò, ma ne restarono le conseguenze: molte ragazze, rimaste orfane, sarebbero state facile preda della miseria e del vizio. Con l’aiuto di Giacomo Salvati e di altri laici dell’Apostolato Cattolico, aprì la Pia Casa di Carità in Borgo S. Agata, con la quale riuscì a dare alloggio, cibo, vestito, educazione e sistemazione fino a più di cento ragazze, giorno per giorno; fu il trionfo della cooperazione tra clero, religiosi e laici.

Suore dell’Apostolato Cattolico

Nella Pia Casa crebbe anche l’istituto delle Suore dell’Apostolato Cattolico. L’occasione della fondazione fu il bisogno di un’assistenza qualificata per le ragazze; ma la missione affidata alle Suore era quella di adoperarsi, con la grazia, tenacia e dedizione proprie del loro sesso, per far anche delle donne degli apostoli, che nel loro ambito ravvivassero la fede e riaccendessero la carità, moltiplicando tutti i mezzi idonei a propagare la fede e il regno di Gesù Cristo. Per alcune questioni storiche è nata la comunità delle Suore Missionarie dell’Apostolato Cattolico. Attualmente le due comunità cercano l’unità per diventare una sola Congregazione com’era all’inizio.

Conferenza Settimanale per gli Ecclesiastici

Nel 1839 S. Vincenzo celebrò nella chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani il Mese di Maggio per gli Ecclesiastici. Vi presero parte ufficiali della curia, parroci e religiosi. Fu un’esperienza bellissima quella fusione di clero secolare e regolare nella preghiera e nell’esercizio del sacerdozio. La cosa piacque tanto che decisero di tornare a riunirsi ogni giovedì, in una conferenza, per commentare il vangelo della domenica seguente, per discutere argomenti di teologia e di pastorale e per pregare insieme con S. Vincenzo e i suoi compagni. Così il primo giovedì di giugno 1839 nacque la Conferenza Settimanale degli Ecclesiastici, che riuscì utilissima per accrescere la cultura e lo zelo dei sacerdoti, per promuovere la loro fraterna cooperazione, facendoli sentire tutti operai della stessa Messe Divina: e divenne il naturale punto di riferimento per ingaggiare confessori, predicatori e per proporre nuovi casi di liturgia o di morale.

L’assistenza spirituale ai militari

Nel 1843 S. Vincenzo prese su di sé l’assistenza spirituale dei soldati malati. Ne nacque l’Opera Pia dell’Ospedale Militare. Comprendeva laici e sacerdoti, ai quali veniva chiesto di prestarsi con amore e umiltà per qualunque servizio, e – notevolissimo per quell’epoca – ordinariamente erano i laici che preparavano i soldati malati a ricevere i sacramenti; com’erano i laici che nelle caserme facevano la lettura e la predica del Mese di Maggio.

La morte del Santo

Il 13 gennaio 1850 S. Vincenzo chiuse l’Ottavario dell’Epifania in S. Andrea della Valle. Era freddo, pioveva; egli aveva regalato il suo soprabito. S’ammalò di pleurite. Sapeva da un pezzo che sarebbe morto; non ne aveva paura; anzi, non ne vedeva l’ora. Qualche giorno prima, mentre, nella chiesa di S. Andrea della Valle, nella cappella del Crocifisso, raccontava alla Ven. Elisabetta Sanna che padre Bernardo Maria Clausi gli aveva dato l’appuntamento e mancavano solo pochi giorni, si sollevò dal pavimento, in estasi.

Padre Vaccari, l’ultimo giorno, vedendolo ridotto agli estremi, lo scongiurava: «Padre, preghi Dio che la guarisca, che la guarisca!», ma egli disse: «Per carità, mi lasci andare dove vuole Iddio!» Si adagiò sul letto e morì. Era il 22 gennaio, vigilia, allora, della festa dello Sposalizio di Maria Santissima con S. Giuseppe; ed egli aveva commentato, il giorno avanti: «Che festa in Paradiso!»

Pio XII nel decreto di beatificazione chiamò S. Vincenzo: «Decoro e ornamento del clero di Roma». Giovanni XXIII lo dichiarò santo e lo fece Patrono dell’Unione Missionaria del Clero.

Beatificazione e canonizzazione

Il 22 gennaio 1950 Vincenzo Pallotti è stato dichiarato beato da papa Pio XII nella basilica di S. Pietro a Roma ed il 20 gennaio 1963 è stato canonizzato da san Giovanni XXIII.

S. Vincenzo Pallotti

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